La sede e la storia
Storia del museo
Il Museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue ha le sue radici in una delle più importanti istituzioni museali veneziane. L’edificio stesso e le collezioni naturalistiche ottocentesche di proprietà comunale costituivano infatti parte del Museo Civico e Raccolta Correr, a sua volta derivato dalla raccolta privata del patrizio veneziano Teodoro Correr. Questa, organizzata in “tre sale e circa venti camere” nella sua casa, tra San Zandegolà e il Fontego dei Turchi, era composta da innumerevoli “manoscritti, stampe, quadri, libri, rami, legni, argenti, avori, sigilli, conj, armi, antichità, oggetti di storia naturale e di numismatica”. Tutti questi materiali erano stati raccolti da Correr durante la sua vita e resi accessibili a studiosi e letterati cui faceva lui stesso da guida, due giorni la settimana. Alla sua morte, nel 1830, lascia per testamento al Comune di Venezia le raccolte con l’edificio di Ca’ Correr e cospicue risorse economiche, con la precisa clausola di farne un museo civico aperto al pubblico, cosa che avviene nel 1836, e di conservarle ed anzi aumentarle ulteriormente.
Nasce così il Museo Civico e Raccolta Correr, che presto si accresce sia attraverso doni e lasciti di nobili e ricchi veneziani che con acquisti finanziati dalle sostanze dello stesso Correr. È in questa fase che inizia l’incremento delle raccolte naturalistiche, prima piuttosto limitate. Oltre a piccoli doni estemporanei si aggiungono le importanti e voluminose collezioni di N. Contarini (1849), G. Miani (1862), A.P. Ninni (un primo lotto nel 1876, altro materiale in periodi successivi), G. Zanardini (verso il 1878) e G.B. Spinelli (1880). Presto sono necessari ulteriori spazi, perciò il Comune acquista e restaura il Fontego dei Turchi dove sono trasferiti quasi tutti i materiali, tranne i reperti naturalistici che restano esposti a casa Correr.
Nel 1920 la fama e l’importanza del Museo Civico sono tali, e i materiali così cospicui, che ne viene deciso il trasferimento in Piazza San Marco, presso il Palazzo Reale e parte delle Procuratie Nuove. Si ha così la definitiva separazione delle raccolte storico-artistiche da quelle naturalistiche ed etnografiche; quando il Fontego dei Turchi rimane libero infatti, l’ingegner Giorgio Silvio Coen propone di trasferirvi l’istituendo Museo di Storia Naturale che avrebbe riunito le varie raccolte scientifiche esistenti a Venezia, ed in particolare quelle del Museo Civico Correr, dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, la collezione privata del conte Alessandro Pericle Ninni, ed altre minori.
Dal 1923 l’edificio è quindi sede del Museo di Storia Naturale di Venezia.
Fontego dei Turchi
Il Fontego dei Turchi, tipico esempio di casa-fondaco (in veneziano “fontego”) d’epoca altomedievale, fu eretto da Giacomo Palmieri, capostipite della nobile famiglia dei Pesaro, nella prima metà del XIII secolo. La prima descrizione certa del palazzo risale al 1381 ed è riportata nel contratto di vendita con cui i Pesaro cedettero il palazzo alla Serenissima. A quel tempo il palazzo doveva apparire come una grande dimora patrizia, dotata delle fondamenta, della riva, di una gradinata in facciata, di una corte con pozzi e panchine, di scale di pietra poste nella parte posteriore cioè nella corte, oltre ai mezzanini e agli alloggi per la servitù. L’interno doveva essere riccamente decorato, come risulta da una relazione del 1562 in cui si parla di fontane, colonne e scale in marmo, vasi d’argento e d’oro. Nel corso degli anni fu alternativamente utilizzato dalla Serenissima quale sede di rappresentanza (destinata ad ospitare principi stranieri e come luogo per feste private) e ceduto a varie famiglie patrizie: Aldobrandini, Priuli e nuovamente ai Pesaro, che lo tennero fino a che si estinsero nel 1830.
Un capitolo importante della sua storia iniziò nel 1621, quando la Repubblica lo destinò ai mercanti turchi, i quali lo tennero fino al 1838. Con la destinazione ad abitazione e sede commerciale per i Turchi, l’ex palazzo Pesaro fu completamente manomesso per separarlo dalle abitazioni dei cittadini veneziani. Davanti alla facciata fu eretto un muro con una porta per lo scarico e il carico delle merci, ma soprattutto vennero abbattute le due torrette laterali, con il pretesto che avrebbero potuto essere interpretate come segno di nobiltà o utilizzate dai Turchi per spiare la città. L’interno ospitava gli alloggi dei Turchi posti su tre piani, mentre al piano terra vi erano i magazzini, una grande stanza destinata a moschea ed il luogo riservato al bagno rituale. Norme particolareggiate e severe ne regolavano il funzionamento, dagli orari della vita quotidiana alle modalità di commercio. Fu tra l’altro operata una netta separazione al suo interno tra Turchi europei (bosniaci ed albanesi) da una parte, e turchi costantinopolitani ed asiatici (persiani ed armeni) dall’altra. I mercanti turchi importavano a Venezia soprattutto cera, olio, lana grezza e pellami, cui si aggiunse dal 1700 anche il tabacco; le merci venivano scambiate con altri prodotti oppure vendute.
Quando nel 1859 divenne proprietà del Comune, il palazzo si trovava in uno stato di grave degrado. A partire dal 1860 venne perciò ricostruito totalmente sotto la direzione dell’ingegner Federico Berchet e con il contributo del governo austriaco. Il restauro venne eseguito recuperando parte del materiale del precedente edificio del XIII secolo, al quale architettonicamente ci si ispirò: in particolare il palazzo venne liberato dalla mura eretta a ridosso della facciata e dalla casetta che era stata edificata sul lato destro verso la salizzada; vennero invece ricostruite le due torrette e la merlatura di coronamento, ricavandone l’aspetto originario dalle piante cinquecentesche di Jacopo de’ Barbari e da stampe di epoche più recenti.
Il Fontego dei Turchi è oggi uno tra i più caratteristici palazzi affacciati sul Canal Grande, ben riconoscibile per la sua facciata decorata da vari elementi architettonici come patere e formelle; una di queste, raffigurante un uccello, forse uno smergo, che cattura un pesce, è stata ripresa nel logotipo del Museo.